
Si fa un gran parlare di prevenzione, ma non si fa prevenzione.
Nell’accezione comune fare prevenzione significa fare degli esami clinici periodicamente e sulla base del risultato
a-tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo,
b-prendere delle medicine per ritornare nell’intervallo di “normalità”,
c-prendere atto che c’è una malattia e correre ai ripari, che in termini di prevenzione significa chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.
Da qualche anno si parla anche di un nuovo approccio alla prevenzione con la cosiddetta “medicina di precisione” che si basa sulla genomica, lo studio del patrimonio genetico dell’individuo, in base al quale, se sono presenti determinate mutazioni del DNA corrispondenti a possibili, anche se non certe, future malattie, si può prevedere la somministrazione di farmaci o anche la mutilazione preventiva del corpo per non correre il rischio di sviluppare una patologia.
Famoso è il caso dell’attrice Angelina Jolie che si è sottoposta preventivamente all’asportazione di entrambe le mammelle, benché sane, per evitare la possibilità, anche solo ipotetica, di sviluppare una neoplasia.
Ma siamo sicuri che questa sia prevenzione?
Gli esami mostrano alterazioni quando la “malattia” c’è già. Intervenendo a questo livello si fa, al massimo, la cosiddetta prevenzione secondaria, cioè si interviene per cercare di evitare l’aggravamento o il ripetersi di una patologia ormai comparsa.
Che dire poi del fatto di assumere un farmaco da sani o farsi asportare un organo anch’esso sano per paura di ammalarsi. La prevenzione serve a fare in modo di farci vivere bene, ma allora, il peso psicologico di una condanna genetica, sapere di essere portatori di un errore del DNA, può essere chiamato prevenzione?
Non discuto sull’utilità di tutti gli esami che abbiamo a disposizione e sull’importanza di avere mezzi per conoscere e intervenire sulle malattie genetiche, ma non chiamiamola prevenzione. Questo temine diventa fuorviante, questa è a tutti gli effetti terapia.
La partita della prevenzione si gioca tutta nell’ambito della salute, non della malattia. Serve a mantenere lo stato di benessere. Il focus deve essere puntato su questo: stare bene e continuare a stare bene.
In questo capitolo entrano quindi tutte quelle azioni che servono per mantenere quella salute con la quale, per fortuna, la maggior parte di noi è nata. E parto dalla nascita volutamente, perché è proprio dal primo giorno che comincia la prevenzione.
In effetti i primi mesi sono quelli in cui di fatto più attentamente si bada al benessere. A mettere in atto tutto ciò che fa crescere bene.
Per una mamma il suo bambino è così prezioso che è attentissima a scegliere per lui solo ciò che è sano, a dare i cibi migliori e a evitare ciò che gli può nuocere, a dare il giusto spazio al riposo, a non far mancare coccole e allegria e gioco e protezione.
In questa bolla passano i primi due o tre anni di vita, poi, poco per volta le maglie della prevenzione si allentano. Si comincia a seguire sempre di più la via della comodità a partire dalle ore davanti alla televisione fino alle merendine, scordandosi delle buone abitudini. E il gioco è fatto. Finché si è giovani la prevenzione è dimenticata, tutt’al più un po’ di sport e naturalmente la sicurezza, il seggiolino in macchina, il caschetto in bicicletta… fino a quando da grandi ecco comparire gli esami clinici di cui sopra.
E a questo punto la parola prevenzione diventa quasi sempre sinonimo di privazione. Per stare bene bisogna togliere tutto quello che ci piace, come recita il famoso aforisma di George Bernard Shaw: “le cose più belle della vita o sono immorali o sono illegali oppure fanno ingrassare”. Ed ecco che di colpo prendersi cura della salute diventa un’incombenza antipatica, una fatica, un fastidio. Comprensibilmente, visto che per farlo dovremmo toglierci cibi o vizi o abitudini confortevoli.
E se invece capovolgessimo il punto di vista? Se partissimo da capo? Ogni giorno, anche oggi.
Proviamo a pensare a noi stessi come a un bambino indifeso, curioso e pronto a imparare.
Che cosa gli daremmo da mangiare per farlo crescere forte e sano? Quanto gliene daremmo? Mettiamo le stesse cose nel nostro piatto.
Che cosa decideremmo di fargli vedere alla televisione? E quanto tempo lo lasceremmo vagare sui social? Scegliamo i nostri spettacoli con la stessa cura.
Quanto lo spingeremmo a seguire uno sport, a stare all’aria aperta? Muoviamoci allo stesso modo.
Quanto staremmo attenti a come tratta il suo corpo, all’igiene, a come si veste, a quanto si riposa? Diamo a noi stessi sempre dignità e rispetto.
Quanto lo sproneremmo a studiare, leggere e imparare cose nuove? Facciamolo anche noi, è la differenza tra crescere e invecchiare.
Quanta attenzione faremmo alle compagnie che frequenta? Scegliamo bene i nostri amici.
E infine quanti abbracci, sorrisi, sostegno, consolazione, perdono gli daremmo? Diamo a noi stessi lo stesso amore.
Sono pochi punti che racchiudono tutta la salute.
Si tratta di dare le cose giuste, invece che togliere quelle sbagliate.
Raramente veniamo cresciuti nella consapevolezza che stare bene è nelle nostre mani e nelle nostre possibilità ogni giorno, e dipende dalle piccole scelte quotidiane.
Per fortuna non è mai troppo tardi, se siamo grandi possiamo cominciare da adesso, oggi è il giorno migliore per farlo.
La vera prevenzione è tutta qui, è la cura e l’amore che ogni giorno ci dedichiamo.