Perché la terapia non funziona?

 

 

Nella mia pratica quotidiana mi sono spesso sentita dire “dottoressa questa terapia non funziona”.

 

Ed è vero, a volte la terapia non funziona.

 

Questa cosa accade sia in caso  di cure allopatiche che  naturali e anche quando diagnosi e terapia sono state condivise e  confermate da più di un professionista.

E allora perché succede? Me lo chiedo ogni volta.

Proviamo a riflettere un po’.

Vi racconto tre episodi

 

Carlo ha 40 anni, viene in ambulatorio con febbre e tosse presenti da 24 ore. Dopo averlo visitato, prescrivo dei sintomatici e qualche giorno di riposo.

Il giorno successivo torna in studio “ Dottoressa non sto ancora bene, deve cambiarmi la cura perché questa non funziona. Io devo andare a lavorare, non posso stare a casa”.

 

Visito a casa Giovanna, una signora ultraottantenne con dolori articolari. Prescrivo un farmaco da assumere per qualche tempo con dosaggio a scalare. Dopo una settimana la figlia mi dice “Questa medicina non funziona, voglio portare la mamma a visita specialistica”.

Lo specialista prescrive esattamente lo stesso farmaco, che la signora assume con beneficio. Quando faccio notare che la medicina è la stessa mi risponde “Si ma questa volta funziona!”.

 

Silvia è una  giovane donna di 27 anni, lavora come operaia con contratto a termine in una fabbrica di materiale elettrico. Si rivolge a me perchè da qualche giorno ha disturbi intestinali con scariche diarroiche e forte addominalgia che la costringono spesso a saltare il lavoro o ad andarsene prima dell’orario di chiusura, è preoccupata perchè in questo modo teme che il contratto non venga rinnovato.

Concordiamo per terapia dietetica e rimedi naturali, ma non funziona, così come non funziona la terapia allopatica e neppure quella consigliata dallo specialista.

Silvia al termine del contratto viene lasciata a casa. I disturbi scompaiono completamente.

 

Ho scelto questi episodi tra le migliaia che mi sono capitati, perché molto significativi per quello su cui riflettiamo.

Nel primo caso possiamo innanzi tutto riconoscere il meccanismo della fretta e di una aspettativa irreale.

Qualunque terapia necessita di essere seguita per un tempo adeguatamente lungo sia in caso di malattia acuta che a maggior ragione di malattia cronica, nel qual caso occorre anche essere consapevoli di quali sono i limiti di una data cura che dovrà essere modificata più volte durante il decorso per adattarsi ai cambiamenti.

Inoltre è assolutamente necessario comprendere che quando ci si ammala bisogna lasciare al corpo il tempo di rimettersi. Il riposo è il momento in cui si può attuare la rigenerazione e l’organismo recupera energia per tornare integro e attivo. E non è mai tempo sprecato.

 

Il caso di Giovanna è molto sottile e più frequente di quello che si pensi. Ci mostra come a volte il funzionamento della terapia sia “operatore dipendente” cioè dipende da chi sia il prescrittore. Giovanna e la figlia da subito avrebbero voluto ricorrere allo specialista e solo di malavoglia avevano accettato di aspettare e provare la terapia prescritta da me.

Uno specialista rinomato e costoso ha spesso con le stesse terapie una percentuale di successo più alta. Questo dimostra quanto ciò che crediamo, che pensiamo, ciò di cui ci fidiamo influenzi ogni aspetto della nostra esistenza. Anche la nostra capacità di guarigione. Questo è forse il concetto più importante di tutti, teniamolo a mente.

 

Il caso di Silvia invece è molto più facile da leggere.

Quell’occupazione non le piaceva, non andava d’accordo coi colleghi e  il solo pensiero del lunedì la faceva stare male. Nel vero senso della parola. Anche se la sua testa le diceva che doveva tenersi quel lavoro il suo corpo lo rifiutava, trovava il modo di evitarlo.

Ma è il lavoro che le faceva male? O forse qualcosa di più profondo? In passato era già successo che dovesse smettere di fare la barista per una motivazione praticamente identica. Questo a riprova che il malessere aveva le sue radici in una ferita emozionale che voleva essere vista e risolta.

 

Ricordiamo che se un sintomo è funzionale alla nostra evoluzione il corpo non permetterà di eliminarlo e basta. Troverà il modo di farlo riemergere, nella stessa o in un’altra forma, fino a che non avremo recepito il messaggio.

 

Andare verso la guarigione è prendersi cura di sé e per fare questo occorre dare ascolto al corpo e alle sue esigenze. Il cambiamento richiesto può essere piccolo, magari anche solo mollare tutto per qualche giorno, oppure necessitare di un impegno più profondo e di un percorso più lungo.

Ma anche in questo caso mai sottovalutare l’impatto di un piccolo cambiamento. Ogni mossa sulla scacchiera modifica tutto l’assetto della partita.

 

Agire a ogni livello, con diversi approcci terapeutici che si potenziano a vicenda porta alla mossa vincente.

 

La motivazione inconscia che ha portato al sintomo, così come la costanza, l’impegno e la fiducia che mettiamo nel seguire una terapia, sono fondamentali per la salute, perché alla fine della strada c’è l’uomo nella sua interezza, nella sua complessità di corpo mente e spirito.

 

In poche parole non è la medicina che funziona, è la persona che guarisce.

 

 Dr. Roberta Bandi

Medico Chirurgo, emergenza territoriale e pronto soccorso, medico di medicina generale, competenze in omeopatia, ayurveda, kinesiologia, medicina integrata, ipnositerapia

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