
“Dottore guarirò” questa è una delle domande che vengono rivolte più frequentemente a qualsiasi medico, comprensibilmente.
La risposta è, come si suol dire, da un milione di dollari.
Ciò vale, si badi bene, per una qualsiasi malattia, anche banale, e non come si potrebbe credere solo per quelle gravi.
Riflettiamo sul significato del termine guarigione.
Per molto tempo e ancora oggi per molte persone, guarire vuol dire liberarsi del sintomo, vedere i valori dei propri esami rientrare nei range e le proprie immagini di diagnostica tornare normali.
Questo può far parte del processo, ma non è la componente più importante e nemmeno è essenziale.
Se così fosse noi non avremmo tanti malati e tante persone che stanno male.
Qualunque medico sa che la maggior parte degli esami che vengono prescritti (in una percentuale stimata superiore all’80 per cento) danno esito negativo, cioè risultano normali. Eppure tutte le persone che si sottopongono a quegli esami stanno male, sentono di essere malate. Spesso sono ansiose, infastidite e arrabbiate, non parlano che di quello.
Chi di noi non conosce qualcuno che continua a fare indagini, continua a prendere farmaci, continua a stare male eppure non si trova mai nulla che non va?
In molti casi mi sono chiesta: ma è la malattia a essere incurabile o è la persona a essere inguaribile?
La percezione del proprio stato di salute è una delle cose meno obbiettive e che meno ha a che fare col livello delle evidenze fisiche, con la quale mi sia mai capitato di imbattermi.
Condivido con voi tre esempi.
-Ricordo un uomo di poco più di 70 anni, mai sposato, guercio da un occhio, zoppo, con un braccio con una funzione limitata e in una situazione economica tutt’altro che solida, che si occupava da solo di un fratello e di una sorella più vecchi di lui e afflitti dagli acciacchi dell’età. Quando veniva da me, col suo linguaggio un po’ biascicato (aveva avuta l’asportazione di parte della mandibola per una neoplasia e parlava male) mi diceva ogni volta: “I miei fratelli, poverini! Menomale che ci sono io che sto bene!”.
-Avevo tra i miei assistiti una ragazza, unica figlia “normale” di una famiglia in cui gli altri due fratelli erano portatori di gravi handicap, alla quale all’età di 23 anni venne diagnosticato un tumore linfatico. Dovette sottoporsi a chemioterapia, preventivamente le vennero asportati degli ovuli da conservarsi in caso avesse voluto dei figli in futuro, se mai ci fosse stato. Perse i capelli, tanti chili e molto le forze, ma mai perse il sorriso. Veniva in studio, con dei bei cappelli originali, e lo illuminava ogni volta con la sua presenza.
-Un giorno in ambulatorio ricevetti una telefonata. Risposi. Credo di essere sbiancata perché la signora seduta di fronte a me in quel momento mi chiese: ”E’ una brutta notizia?”
Si, era una brutta notizia. Ero stata chiamata per andare a casa di una mia assistita perché quel giorno aveva trovato il proprio bambino di due anni morto nel suo lettino. Una di quelle morti rarissime, inspiegabili e ingiuste che per fortuna la maggior parte di noi medici non incontra mai nella sua carriera.
Nei mesi e negli anni successivi di questa mamma ricordo la ferma serenità nel guidare la famiglia e nell’accogliere un nuovo bimbo per dare ancora un fratellino all’unico figlio che le era rimasto. Sempre sorridente e sicura che la vita fosse un dono immenso.
Questi sono tre esempi di persone guarite, persone normali ma straordinarie che ho avuto la fortuna di incontrare. Così solari, così grate di essere al mondo, così in pace che il solo ricordarle mi commuove ogni volta.
Quanto ho imparato da loro!
Uno di questi insegnamenti è proprio che la guarigione non è uno stato obbiettivabile, contenibile nei parametri clinici a cui siamo abituati e poco ha a che fare con la integrità del corpo fisico.
Non assomiglia neppure lontanamente alla rassegnazione. E’ la creazione di un livello nuovo di consapevolezza, la fiducia di poter stare bene nella situazione in cui ti trovi, l’accettazione di ciò che sei in ogni momento, amore per sé stessi e per la propria vita sempre, in ogni condizione.
Guarire ha a che fare con l’attivazione di risorse che ci portano a comprendere il disagio, a conoscerci meglio, a integrare parti di noi che vogliono essere ascoltate.
La risposta alla domanda “Guarirò?” è “si” se accetterai di ascoltarti e soprattutto di compiere i cambiamenti che ti servono per evolvere e realizzarti sempre di più.
Impara ad avere rispetto per te stesso, il tuo corpo, la tua mente e la tua anima, e poco per volta la guarigione arriva.
Non sempre sarà quella che ti aspetti, la perfezione dell’organismo, ma ti porterà ad ogni passo più vicino alla pienezza e alla pace che può dare il comprendere quel disegno incredibile che è la vita.