
La medicina classica, come ci siamo abituati a conoscerla mette al suo centro la malattia.
L’uomo è visto come una macchina biochimica, un insieme di organi con una funzione precisa che si possono ammalare e che quindi vengono curati separatamente, il cuore, il fegato, un’articolazione…
Siamo abituati a una medicina che va a comparti sempre più stretti e rigidi, ad affidarci a specialisti che, come dice Arthur Bloch, “sanno sempre di più di sempre di meno, fino a sapere tutto di nulla”.
In realtà tutti gli organi lavorano insieme, è impossibile agire su uno di essi senza coinvolgerne altri, senza danneggiarne altri, rischio tutt’altro che remoto quando vengono prescritti farmaci senza avere una visione d’insieme. Quante persone conoscete che prendono decine di medicine, molte delle quali per sopprimere effetti collaterali di altri farmaci?
Ma soprattutto, queste persone stanno bene? Vivono una vita serena? Sono contente?
La risposta è troppo spesso no.
Per stare bene non basta curare il corpo, perché noi non siamo fatti solo di materia.
Oltre a questa siamo fatti di mente, di emozioni, di anima, non intesa in senso religioso ma come energia, come coscienza.
Ognuno può chiamare come vuole, secondo la propria visione, quel qualcosa di immateriale che rende ciascuno di noi, non solo un mucchietto di atomi che reagiscono, ma esseri vivi e unici.
Siamo quindi un insieme di parti, e ognuna di queste può andare incontro a un disagio che, se non viene accolto e risolto, può manifestarsi come sintomo o malattia. Questo fatto è riconosciuto, accettato e studiato da una branca della medicina che si chiama PNEI cioè psiconeuroendocrinoimmunologia. Nata circa trenta anni fa studia e dimostra in quale modo le varie componenti dell’uomo si regolino vicendevolmente.
La spiego in modo semplice.
La psiche, cioè il pensiero, che è immateriale, induce dei cambiamenti nel sistema nervoso (neuro) che produce neurotrasmettitori che agiscono sulle ghiandole (endocrino) che a loro volta regolano a livello periferico il sistema immunitario (immunologia) che non serve solo a difenderci da agenti esterni, ma che si occupa di mantenere l’integrità del corpo anche verso stimoli interni, come il mutare di una cellula in senso neoplastico.
Queste parti quindi lavorano in accordo e si influenzano a vicenda.
Un esempio semplice che tutti abbiamo sperimentato è l’acidità di stomaco dopo una arrabbiatura. Se questa arrabbiatura è quotidiana perché è dovuta a una situazione non risolta col nostro collega di lavoro, il sintomo sarà insistente e ci obbligherà a fare qualcosa. Possiamo agire a diversi livelli. Possiamo prendere un antiacido, toglie il sintomo al momento e dovrà essere assunto ogni volta che avremo a che fare con quella persona. Possiamo allora assumere un farmaco che inibisce la produzione di acido da parte dello stomaco, l’acidità passa ma al prezzo di interferire fortemente con la fisiologia del corpo e subire effetti collaterali importanti soprattutto considerando che l’assunzione dovrà essere cronica.
Anche in questo caso quando sospenderemo il farmaco il disturbo comparirà di nuovo.
Per curare veramente l’acidità di stomaco dovuta al disaccordo col collega l’unica via è quella di trovare una soluzione al problema sul lavoro.
Per guarire davvero dovremo occuparci di noi a livello emozionale. Il sintomo si manifesta per farci notare che nella nostra vita c’è qualcosa che non ci fa star bene. Se impariamo a osservarci possiamo capire cosa il corpo ci vuole dire. E portare i cambiamenti necessari per la nostra salute.
Ecco in che modo ogni sintomo è un messaggio che viene per guarirci, per migliorare la nostra vita.
Occupandoci via via di ogni disagio che si presenta, ascoltandolo e interpretandolo possiamo imparare a scegliere quello che ci fa stare bene.
Certo è la via meno comoda, e quindi anche la meno seguita, ma è l’unica sensata, perché il corpo non mollerà. Se sopprimeremo solo il sintomo, troverà il modo di spostarlo su un altro organo, magari col manifestarsi di una malattia che ci impedisca di andare a lavorare. In questo modo un disagio lieve diventerà un sintomo sempre più pesante, e il messaggio all’inizio solo sussurrato diventerà urlato.
E’ essenziale spostare il focus della medicina dalla malattia all’uomo.
Per curare veramente occorre insegnare alle persone a vedere sé stesse come esseri complessi e il proprio corpo una specie di mappa che indica la strada e i cambiamenti necessari per arrivare a integrare parti di noi ancora sconosciute.
La salute non è assenza di sintomi è il cammino verso la completa realizzazione di sé.